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Tuesday, April 14, 2015
Mc Donald's, campagne marketing per ripristinare la reputazione perduta
Due allevamenti bovini a conduzione familiare sono i protagonisti di alcuni film e materiali di marketing prodotti da Mc Donald's Giappone, "per raccontare la storia dei verdi allevamenti di carne bovina in Australia" e calmare le perplessità crescenti tra i consumatori.
Mc Donald's Giappone è uno dei principali clienti per l'industria della carne bovina australiana. La società ha realizzato questo materiale video per ripristinare la sua immagine, recentemente messa in discussione in Giappone.
I video mostrano i pascoli della famiglia Corrigan, che alleva una razza di Angus, sottolineando i principi di tracciabilità del sistema bovino australiano.
Il progetto fa parte di uno sforzo di Mc Donald's di ripristinare la sua immagine, fortemente colpita lo scorso anno in Estremo Oriente, quando i media rivelarono uno scandalo legato a dei problemi di sicurezza alimentare per uno dei fornitori di pollame.
Secondo Miwa Yamamoto, "la nostra priorità è quella di riconquistare la fiducia dei consumatori nella qualità dei nostri prodotti, tra cui la carne bovina è uno dei principali".
"Per questo abbiamo prodotto una comunicazione molto coinvolgente per i consumatori sulla qualità dei nostri prodotti, grazie anche all'aiuto dei produttori, trasformatori e della Meat & Livestock Australia".
Leggi l'articolo integrale (ENG):
http://www.globalmeatnews.com/Industry-Markets/McDonald-s-Japan-underlines-beef-quality/?utm_source=newsletter_daily&utm_medium=email&utm_campaign=13-Apr-2015&c=FbOIcYa4C2GJ3smdHMrX0vkoq7cximuW
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bovina,
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sicurezza alimentare
Tuesday, May 13, 2014
Come il marketing promuove la carne e i prodotti di origine animale
"Il potere dell'ignoranza volontaria non ha limiti". In questo video dagli incontri digitali eTalks, un'esperta di marketing spiega su quali leve si basa il meccanismo del marketing che permette all'industria animale di vendere prodotti di filiera industriale sotto le fantasiose spoglie di "consigliato dal macellaio" o "100 per cento naturale".
Il video, nella versione promossa dal movimento Compassion in World Farming (ENG):
Il video, nella versione promossa dal movimento Compassion in World Farming (ENG):
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Thursday, March 6, 2014
Etichettatura del pesce. In Italia uno su tre è un falso?
Sorprende un dato emerso da un recente studio che ha comparato il quantitativo di "falso pesce" venduto nei banchi dei supermercati o di pescherie in Europa.
"Secondo quanto emerso nella ricerca, il tasso di frodi nella vendita di pesce marino è più alto in altri paesi europei, tra cui il 32per cento del totale in Italia, il 30 per cento di tutto il nasello in Spagna e il 19 per cento del merluzzo in Irlanda - mentre la Francia ha registrato solo un tasso di frondi del 3,5 per cento. Il Regno Unito ha evidenziato tassi simili del 6 per cento".
L'articolo integrale (eng) a questo link: http://www.worldfishing.net/news101/industry-news/fish-labelling-fraud-uncovered#sthash.wYSod8WF.dpuf
Nel video, una puntata del programma francese Envoyé Special dedicato al commercio industriale del pesce. Ecco il link al video sul sito della trasmissione: http://www.francetvinfo.fr/sante/video-envoye-special-poissons-d-elevage-un-business-en-eaux-troubles_452510.html
"Secondo quanto emerso nella ricerca, il tasso di frodi nella vendita di pesce marino è più alto in altri paesi europei, tra cui il 32per cento del totale in Italia, il 30 per cento di tutto il nasello in Spagna e il 19 per cento del merluzzo in Irlanda - mentre la Francia ha registrato solo un tasso di frondi del 3,5 per cento. Il Regno Unito ha evidenziato tassi simili del 6 per cento".
L'articolo integrale (eng) a questo link: http://www.worldfishing.net/news101/industry-news/fish-labelling-fraud-uncovered#sthash.wYSod8WF.dpuf
Nel video, una puntata del programma francese Envoyé Special dedicato al commercio industriale del pesce. Ecco il link al video sul sito della trasmissione: http://www.francetvinfo.fr/sante/video-envoye-special-poissons-d-elevage-un-business-en-eaux-troubles_452510.html
Wednesday, August 8, 2012
WTB: NO LOGO di Naomi Klein, il marketing del sistema economico globale
La quarta di copertina lo definisce la "bibbia di tutti i movimenti no global". Più che bibbia, forse il libro No Logo della giornalista canadese Noemi Klein può essere descritto come un'opera che, con passo carico di dtereminazione e uno "zaino" di idee politiche, tenta di addentrarsi nell'intricato mondo dei loghi, della comunicazione aziendale, della promozione e della pubblicità, proprio negli ultimi mesi di quegli anni novanta che segnavano il passaggio dalla fase industriale del '900 a quella della comunicazione globale.
Come mai dei prodotti vengono fabbricati in distretti industriali militarizzati nel sud est asiatico e poi importati con loghi di marche occidentali? Chi ha fissato le regole del mercato libero e globalizzato, che portano una oliva che ha fatto centinaia di chilometri a costare meno di quella cresciuta sull'albero dietro casa, che viene invece buttata? Cosa c'è dietro questo mercato globale governato dal marketing?
Ecco un'estratto all'introduzione dell'ultima edizione del fortunato volume della Klein, che in mezzo a trante interpretazioni ha il merito di riuscire a dare parziale risposta ad alcune di queste domande.
"Ho deciso di scrivere No logo
quando mi sono resa conto che queste tendenze apparentemente distinte
erano unite da un’idea: che le aziende debbano sfornare marchi, non
prodotti. Era l’epoca in cui gli amministratori delegati avevano
improvvise intuizioni: la Nike non è un’azienda che produce scarpe da
ginnastica, ma l’idea della trascendenza attraverso lo sport. Starbucks
non è una catena di caffetterie, è l’idea di comunità. Ma qui sul
pianeta Terra, queste intuizioni hanno avuto conseguenze concrete.
Molte aziende che prima producevano nelle loro fabbriche e avevano tanti dipendenti a tempo indeterminato sono passate al modello Nike: hanno chiuso le fabbriche, affidato la produzione a una rete di appaltatori e subappaltatori e hanno investito nel design e nel marketing necessari a diffondere il più possibile la loro grande idea. Altre aziende hanno scelto invece il modello Microsoft: conservare un nucleo strettamente controllato di azionisti-dipendenti che gestiscono “l’attività centrale” dell’azienda ed esternalizzare tutto il resto, dalla gestione della posta alla scrittura del codice informatico, affidandolo a lavoratori precari. Alcuni le hanno chiamate hollow corporations, imprese vuote, perché queste aziende ristrutturate sembravano avere un unico obiettivo: trascendere il mondo fisico per trasformarsi in un marchio incorporeo. Come ha detto l’esperto di gestione aziendale Tom Peters: “È da stupidi possedere cose!”.
Mi piaceva studiare i marchi come Nike o Starbucks perché in un attimo ti ritrovavi a parlare di tutto tranne che di marketing: la deregolamentazione della produzione globale, l’agricoltura industriale, i prezzi delle materie prime. E da qui arrivavi al legame tra politica e denaro, che si era cementato in regole da far west grazie a una serie di accordi di libero scambio e al sostegno della Wto, al punto che attenersi a quelle regole è diventato il requisito indispensabile per ricevere i prestiti dal Fondo monetario internazionale. In poche parole, finivi per parlare di come funziona il mondo."
(Naomi Klein all'introduzione dell'edizione 2011 di No Logo, ed. Rizzoli)
Come mai dei prodotti vengono fabbricati in distretti industriali militarizzati nel sud est asiatico e poi importati con loghi di marche occidentali? Chi ha fissato le regole del mercato libero e globalizzato, che portano una oliva che ha fatto centinaia di chilometri a costare meno di quella cresciuta sull'albero dietro casa, che viene invece buttata? Cosa c'è dietro questo mercato globale governato dal marketing?
Ecco un'estratto all'introduzione dell'ultima edizione del fortunato volume della Klein, che in mezzo a trante interpretazioni ha il merito di riuscire a dare parziale risposta ad alcune di queste domande.
dal sito "Oltre il muro"
"Ho deciso di scrivere No logo
Molte aziende che prima producevano nelle loro fabbriche e avevano tanti dipendenti a tempo indeterminato sono passate al modello Nike: hanno chiuso le fabbriche, affidato la produzione a una rete di appaltatori e subappaltatori e hanno investito nel design e nel marketing necessari a diffondere il più possibile la loro grande idea. Altre aziende hanno scelto invece il modello Microsoft: conservare un nucleo strettamente controllato di azionisti-dipendenti che gestiscono “l’attività centrale” dell’azienda ed esternalizzare tutto il resto, dalla gestione della posta alla scrittura del codice informatico, affidandolo a lavoratori precari. Alcuni le hanno chiamate hollow corporations, imprese vuote, perché queste aziende ristrutturate sembravano avere un unico obiettivo: trascendere il mondo fisico per trasformarsi in un marchio incorporeo. Come ha detto l’esperto di gestione aziendale Tom Peters: “È da stupidi possedere cose!”.
Mi piaceva studiare i marchi come Nike o Starbucks perché in un attimo ti ritrovavi a parlare di tutto tranne che di marketing: la deregolamentazione della produzione globale, l’agricoltura industriale, i prezzi delle materie prime. E da qui arrivavi al legame tra politica e denaro, che si era cementato in regole da far west grazie a una serie di accordi di libero scambio e al sostegno della Wto, al punto che attenersi a quelle regole è diventato il requisito indispensabile per ricevere i prestiti dal Fondo monetario internazionale. In poche parole, finivi per parlare di come funziona il mondo."
(Naomi Klein all'introduzione dell'edizione 2011 di No Logo, ed. Rizzoli)
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