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Friday, February 22, 2013

Carne falsa: la truffa della sofisticazione alimentare

"Ho scoperto che il mio bambino consumava un prodotto a base di propoli che doveva essere fatto in Italia, invece era prodotto in Cina ed era strapieno di antibiotici". E' questa la motivazione cha ha portato Massimo Carlotto a scrivere il libro inchiesta Mi Fido di Te, che svela i meccanismi della sofisticazione alimentare.


(foto da Cascinagaggioli.it)

Carlotto è stato intervistato da Antonietta Demurtas per Lettera43, sull'onda dello scandalo Europeo della carne di cavallo scoperta nelle lasagne Findus:

C'è un sistema criminale che funziona in questo modo: un'azienda vende il prodotto, ma tutte le varie componenti alimentari le prende in giro per il mondo da vari fornitori, che si assumono tutta la responsabilità di quello che forniscono

Ormai i confini sono labili. Oggi il business della sofisticazione alimentare è il secondo a livello internazionale dopo il traffico dei rifiuti. Se la 'ndrangheta importa dal Canada grano di qualità 5 destinato all'alimentazione animale, inquinato con ocratossina e lo fa lavorare dai vari panifici, evidentemente dietro c'è un business enorme.

Ormai c'è sofisticazione in tutti gli alimenti: dal vino alla mozzarella, dal caffè all'olio. Ovunque c'è produzione di prodotti tipici. E dove c'è sofisticazione c'è corruzione.

(Leggi l'articolo intero su Lettera43)

Tuesday, February 19, 2013

WTB Aumenta il consumo di carne, sostenibile?

"Il consumo della carne è parte di una catena alimentare a grande rischio e che se non verranno presi provvedimenti tesi a ridurne la quantità, potrà causare danni ambientali irreversibili", afferma Mark Sutton, ricercatore capo del panel Onu per l'ambiente (Unep), presentando uno studio sugli impatti climatici del sempre crescente consumo di carne.

Un consumo che continua a impennare, grazie anche alla crescita del reddito medio di alcuni paesi, come il caso esemplare dell'India, storicamente nazione "vegetariana" per eccellenza, che sta adeguando i suoi usi e costumi a quelli occidentali.


 

"Prima - spiega il cliente di un locale carnivoro - molte persone la mangiavano solo a casa, la gente non se la sarebbe mai sentita di farlo in pubblico". "Molte cucine straniere stanno arrivando in India - aggiunge un altro consumatore - arrivano gli spagnoli, i francesi. Loro hanno molti piatti non vegetariani, e quindi se vuoi provare queste cucine devi essere pronto anche a mangiare carne". (leggi tutto su Corrierenazionale.it)

Secondo Sutton e il suo staff alle Nazioni Unite, "solo una o due generazioni fa, nei paesi ricchi il consumo fosse più limitato mentre oggi si è arrivati a diete che fanno della carne un alimento di tutti giorni. Questo ha comportato ad un aumento molto forte degli allevamenti intensivi deviando una grande quantità di grano destinato alla alimentazione umana a quella animale. L’incremento delle coltivazioni di cereali per uso animale ha naturalmete aumentato l’uso di fertilizzanti, pesticidi ed erbicidi ed acqua, causando secondo gli scienziati dell’Unep un corto circuito terra-acqua-aria che dannoso per la salute umana.
Tra l’altro questo cocktai micidiale si ritrova nei mari dove causa l’aumento delle alghe e morie di pesci, minaccia gli ecosistemi anfibi e le api". (leggi tutto sul sito dell'AdnKronos)

L'altro fronte della sostenibilità è quello dell'aumento incontrollabile del presso del cibo di prima necessità. Il fenomeno ha radici nello scorso decennio, ed è destinato a dominare gli equilibri globali nei prossimi decenni.

"Tutto è cambiato nel 2007-08 con il primo dei molti scossoni ai prezzi delle materie prime. L’uso negli Stati Uniti di prodotti agricoli per la produzione di combustibile ha fatto impennare il prezzo degli oli di mais, di palma e di barbabietola, e i mercati hanno avvertito la pressione della crescente domanda di carne dei paesi emergenti. Il consumo procapite di carne nella sola Cina è quadruplicato dal 1960 a oggi", scrive John Gapper sul Financial Times (leggi tutto su PressEurop.eu)

Tuesday, December 4, 2012

WTB Frugalità e decrescita: intervista a Achille Rossi

Etica, ambiente, economia. I pilastri dell'insostenibilità dello sviluppio moderno, secondo le idee di Achille Rossi, teorico della "frugalità" e della decrescita, qui intervistato in un seminario a Capodarco di Fermo nel novembre 2011.

Video di Agenzia Redattore Sociale, dal seminario "Bulimie"

Thursday, October 25, 2012

Il business dei vaccini

I vaccini sono finiti nell'occhio del ciclone. Partite di farmaci ritenute pericolose hanno fatto dire un alt precauzionale a oltre sei milioni di vaccini antinfluenzali, fino a ieri "caldamente consigliati" da medici (non tutti, per fortuna), centri vaccinazione, luoghi comuni, per bambini, adulti e anziani.

"«Dalla documentazione data da Novartis il 19 ottobre emerge che l'azienda era a conoscenza delle anomalie riscontrate nei vaccini dall'11 luglio», dice il ministro della Salute, Renato Balduzzi, nel corso della conferenza stampa convocata al ministero dopo il blocco a titolo precauzionale del vaccino antinfluenzale della casa farmaceutica. «Novartis ha rappresentato la presenza di qualche anomalia in alcuni lotti di vaccino - ha continuato il ministro - a margine di una riunione in sede Aifa lo scorso 18 ottobre;"
(leggi tutto su Corriere.it)

 In Italia vengono utilizzati ogni anno tra i 12 e 9 14 milioni di vaccini.



L'azienda farmaceutica Novartis ha negato ancora oggi in un comunicato qualsiasi problema legato all'utilizzo dei vaccini:

" Novartis conferma la piena fiducia nella sicurezza e nell’efficacia dei propri vaccini contro l’influenza stagionale prodotti in Italia. La sicurezza del paziente è una priorità assoluta per Novartis. Le valutazioni interne e i dati clinici raccolti dall’azienda nel corso degli studi 2012-2013, necessari per ottenere la licenza europea per i vaccini in questione, dimostrano un profilo di sicurezza e immunogenicità simile a quello degli anni precedenti. Ad oggi, i dati della campagna di vaccinazione stagionale in corso non hanno evidenziato alcuna problematica."

L'azienda, secondo un suo stesso report, ha maturato solo in Italia nel 2011 un fatturato da 1.992 milioni di euro.

La vicenda ha rianimato l'acceso dibattito sulla questione vaccini anti influenzali, una pratica sempre più diffusa, che coinvolge il circuito "case farmaceutiche, informatori scientifici, medici" e chi ritiene sbagliata l'idea di utilizzare prodotti medicinali non necessari, in una guerra di informazione senza esclusione di colpi.

"L'International Medical Council on Vaccination è un'associazione americana di medici, infermieri e altri professionisti qualificati, il cui scopo è quello di contrastare i messaggi sostenuti dalle aziende farmaceutiche, dal governo ed agenzie medici sulla sicurezza ed efficacia dei vaccini. Le conclusioni a cui giungono sono state raggiunte individualmente da ciascun membro del Consiglio, dopo migliaia di ore di ricerca personale, di studio e di osservazione. "
(leggi tutto su MadeInBio.biz)

Tuesday, October 16, 2012

La crisi nel ciclo industriale di carne e derivati

Decine, centinaia di migliaia di galline morte di fame. Una storia su quello che può accadere quando l'industria della produzione di carne e derivati incrocia la crisi economica.

"Mancano le materie prime «Gli ordini ci sono… ci sono stati sempre. Solo che cominciano a tagliare, perché non abbiamo più le uova da consegnare, sinceramente», ammette Domenico Minciotti, uno dei lavoratori del gruppo. La mancanza di fondi ha innescato prima dell’estate un circolo vizioso. Per effetto della malnutrizione, le galline hanno ridotto la produzione di uova, spesso per giunta divenute inutilizzabili perché – per la non corretta alimentazione – non ottemperanti ai dettami delle certificazioni di qualità. Gli ordini non evasi nei confronti dei clienti hanno iniziato a far perdere quote di mercato e solidità al gruppo, aggravando la crisi.

(...)Una prima grave moria di capi ha colpito il gruppo già nel mese di giugno, con migliaia di capi morti di fame. La notizia, nota solo a parte dei dipendenti, è rimasta però nascosta tra i capannoni dell’azienda, perché denunciarla – agli occhi di lavoratori e sindacalisti – avrebbe significato far perdere il buon nome (e quindi mercato) al gruppo.

«Tutti quelli che stanno con le galline dicono che la situazione è degenerata da mesi», racconta un autotrasportatore che lavora per il gruppo e che ha chiesto di rimanere nell’anonimato. «Non ce la fanno più a pagare i fornitori e quindi non sanno più che cosa dargli da mangiare. Sono tantissime le galline che sono morte, molte a un certo punto hanno iniziato a mangiarsi a vicenda», afferma.

(...) Non è possibile quantificare in maniera definitiva il numero di capi morti tra una prima crisi dei mangimi avvenuta a giugno e una seconda, tutt’ora in corso. Secondo Fioretti della Cisl la moria di capi ha le proporzioni di una vera ecatombe, che «non è arrivata a dimezzare, ma ha ridotto notevolmente» il numero di capi (2 milioni). Parliamo quindi di decine, probabilmente centinaia di migliaia di esemplari. «Le galline stanno morendo e se non ci muoviamo subito rischiamo di perdere tutto», afferma il sindacalista senza mezzi termini.
Di fatto, quando gli allevamenti erano a regime, all’inizio dell’anno, la produzione superava abbondantemente il milione di uova al giorno mentre pochi giorni fa è precipitata a meno di 200mila uova. Al momento la produzione è stata del tutto interrotta, riferiscono i sindacati."


(Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/ovito#ixzz29RtIWR2h )

Tuesday, September 11, 2012

TOXIC SOMALIA, la verità sulla storia di Ilaria Alpi nell'inchiesta di Paul Moreira

E' stato premiato nell'ultima edizione del Premio Ilaria Alpi proprio per aver girato nel 2010 "Toxic Somalia", un viaggio nel moderno traffico di rifiuti tossici dallo sviluppato occidente alle coste della Somalia, "scelta proprio per la situazione di grande instabilità, che la rende terreno ideale per i traffici di rifiuti tossici e -a volte- radioattivi.

Il video di Moreira ripercorre la storia di Ilaria Alpi, che per prima su quel traffico riusci' a far luce, pagando il suo lavoro con la vita. Una storia di verità nascoste e responsabilità mai verificate che dice molto sulla storia e l'attualità dell'Italia.



Wednesday, September 5, 2012

WTB: Allevamenti intensivi: The Meatrix

Pillola rossa o pillola blu. A chi guarda la possibilità di scegliere se conoscere cosa si nasconde dietro il mondo "chiuso" ai consumatori della produzione industriale di carne.


 

(Altri video e info su http://www.themeatrix.com)

Monday, September 3, 2012

WTB: I semi della discordia. Semi sotto copyright e coltivazioni industriali per combattere la fame

La fame combattuta attraverso metodi industriali. Semenze "rafforzate", in alcuni casi da modifiche genetiche sotto copyright (Ogm), ma anche metodi "moderni" di agricoltura, come pesticidi, fitofarmaci, fitoregolatori, fertilizzanti...

Si tratta di uno dei terreni di scontro centrali tra chi ritiene che per soddisfare il crescente fabbisogno di cibo da parte della popolazione mondiale sia necessario percorrere la strada del progresso e chi vede dietro questa scelta la presunzione di poter controllare la natura con la tecnologia.

 

L'argomento è trattato in un uno dei capitoli di "La terra vista dal cielo", documentario del fotografo francese Yann Arthus-Bertrand, dedicato a LA FAME, attualmente visibile sul sito della Rai in streaming.

India - L'ultima parte del documentario racconta la storia dell'India, al centro del libro militante "Semi del suicidio" dell'attivista indiano Vandana Shiva, qui recensita da Dario Cambiano:

"L’India, fin dai primi anni ’60, vara un imponente progetto per migliorare la produttività del proprio sistema agricolo. È la Prima Rivoluzione Verde. Nel giro di una ventina d’anni, selezionando sementi, ibridandole, l’India arriva all’autonomia alimentare, non senza un prezzo elevato in termini di inquinamento del terreno, perché le nuove più efficienti sementi, gestite dal governo, richiedono alte dosi di fertilizzanti chimici e di antiparassitari. Ma il sistema agricolo resta di tipo tradizionale, a conduzione familiare: i contadini in India sono circa 650 milioni.

In pochi anni però la situazione evolve in senso capitalistico: arriva la chimica internazionale, si commerciano semi modificati geneticamente: in pochi anni l’India si mette nelle mani di colossi privati della biotecnologia e lascia che questi diffondano, a pagamento naturalmente, i propri semi ibridati." (leggi tutto su Serenoregis.org)

(Immagine di CGIAR Image su Flickr)

Tuesday, August 28, 2012

WTB: Abitudini alimentari insostenibili

Una delle notizie più rimbalzate dal web oggi è quella -dal titolo furbo- di Repubblica secondo cui dal 2050 dovremo essere tutti vegetariani per non andare incontro a guerre e carestie.

L'articolo prende spunto da una ricerca di un gruppo di scienziati che ha quantificato il peso delle nostre abitudini alimentari, che già oggi non sarebbero (ovviamente?) sostenibili se fossero comuni non solo all'occidente, ma a tutta la popolazione mondiale.

(Un allevamento intensivo - fonte Wikipedia)


Ecco un estratto de l'articolo di Enrico Franceschini di Repubblica:

"Se l’umanità continua a cibarsi ai ritmi attuali, e soprattutto seguendo la dieta odierna, entro il 2050 ci aspettano catastrofiche carenze alimentari. E per catastrofe si intende qualcosa di molto peggio della tutt’altro che rosea realtà attuale: già oggi, secondo cifre dell’Onu, 900 milioni di persone vanno a letto affamate tutte le sere e 2 miliardi sono da considerare malnutrite.

Ma nei prossimi quattro decenni la terra passerà da 7 miliardi di umani a 9 miliardi, un aumento netto di 2 miliardi che renderà ancora più drammatica la carenza di cibo. E allora che fare? La risposta degli studiosi di Stoccolma, il cui rapporto è stato anticipato ieri dal quotidiano Guardian di Londra, è netta: il mondo deve cambiare dieta. Dobbiamo diventare tutti vegetariani, o quasi.

Attualmente ricaviamo il 20 per cento delle proteine necessarie al nostro fabbisogno da prodotti derivati dagli animali, che si tratti di carne o latticini; ma questa percentuale dovrà scendere al 5 per cento o forse anche a meno entro il 2050, se vorremo evitare carestie e conflitti causati dalla scarsità di cibo. Il problema di partenza è l’acqua. Già oggi scarseggia e in molte regioni è un bene più prezioso del petrolio per la sopravvivenza della nostra specie, ma fra quarant’anni non basterà sicuramente per produrre gli alimenti necessari a 9 miliardi di terrestri" (leggi tutto l'articolo su Repubblica.it)

Qui l'articolo originale del Guardian e qui il link al rapporto del Stockholm International Water Institute

Wednesday, August 8, 2012

WTB: NO LOGO di Naomi Klein, il marketing del sistema economico globale

La quarta di copertina lo definisce la "bibbia di tutti i movimenti no global". Più che bibbia, forse il libro No Logo della giornalista canadese Noemi Klein può essere descritto come un'opera che, con passo carico di dtereminazione e uno "zaino" di idee politiche, tenta di addentrarsi nell'intricato mondo dei loghi, della comunicazione aziendale, della promozione e della pubblicità, proprio negli ultimi mesi di quegli anni novanta che segnavano il passaggio dalla fase industriale del '900 a quella della comunicazione globale.

Come mai dei prodotti vengono fabbricati in distretti industriali militarizzati nel sud est asiatico e poi importati con loghi di marche occidentali? Chi ha fissato le regole del mercato libero e globalizzato, che portano una oliva che ha fatto centinaia di chilometri a costare meno di quella cresciuta sull'albero dietro casa, che viene invece buttata? Cosa c'è dietro questo mercato globale governato dal marketing?

Ecco un'estratto all'introduzione dell'ultima edizione del fortunato volume della Klein, che in mezzo a trante interpretazioni ha il merito di riuscire a dare parziale risposta ad alcune di queste domande.

dal sito "Oltre il muro"


"Ho deciso di scrivere No logo quando mi sono resa conto che queste tendenze apparentemente distinte erano unite da un’idea: che le aziende debbano sfornare marchi, non prodotti. Era l’epoca in cui gli amministratori delegati avevano improvvise intuizioni: la Nike non è un’azienda che produce scarpe da ginnastica, ma l’idea della trascendenza attraverso lo sport. Starbucks non è una catena di caffetterie, è l’idea di comunità. Ma qui sul pianeta Terra, queste intuizioni hanno avuto conseguenze concrete.

Molte aziende che prima producevano nelle loro fabbriche e avevano tanti dipendenti a tempo indeterminato sono passate al modello Nike: hanno chiuso le fabbriche, affidato la produzione a una rete di appaltatori e subappaltatori e hanno investito nel design e nel marketing necessari a diffondere il più possibile la loro grande idea. Altre aziende hanno scelto invece il modello Microsoft: conservare un nucleo strettamente controllato di azionisti-dipendenti che gestiscono “l’attività centrale” dell’azienda ed esternalizzare tutto il resto, dalla gestione della posta alla scrittura del codice informatico, affidandolo a lavoratori precari. Alcuni le hanno chiamate hollow corporations, imprese vuote, perché queste aziende ristrutturate sembravano avere un unico obiettivo: trascendere il mondo fisico per trasformarsi in un marchio incorporeo. Come ha detto l’esperto di gestione aziendale Tom Peters: “È da stupidi possedere cose!”.

Mi piaceva studiare i marchi come Nike o Starbucks perché in un attimo ti ritrovavi a parlare di tutto tranne che di marketing: la deregolamentazione della produzione globale, l’agricoltura industriale, i prezzi delle materie prime. E da qui arrivavi al legame tra politica e denaro, che si era cementato in regole da far west grazie a una serie di accordi di libero scambio e al sostegno della Wto, al punto che attenersi a quelle regole è diventato il requisito indispensabile per ricevere i prestiti dal Fondo monetario internazionale. In poche parole, finivi per parlare di come funziona il mondo."

(Naomi Klein all'introduzione dell'edizione 2011 di No Logo, ed. Rizzoli)


Monday, August 6, 2012

WTB: Ikea, l'Italia dello sviluppo componibile

L'impatto tra pro e contro dell'avanzata Ikea nello stivale

di Francesco de Augustinis

SINTESI 

Nel 2011 Ikea ha iniziato una campagna di espansione in Italia, che porterà la multinazionale nei prossimi anni ad aprire tra i 10 e i 15 nuovi ipermercati in tutto il Paese, a partire da Catania (2011), Pescara (2012), Treviso e Perugia.

Ogni apertura di uno store Ikea comporta l'entusiasmo delle amministrazioni locali, che la considerano un'imperdibile occasione di sviluppo locale, e puntuali critiche di commercianti e produttori, che temono la concorrenza del colosso svedese.

SVILUPPO COMPONIBILE L'Ikea impiega in Italia 6243 dipendenti, a cui vano aggiunte circa 1800 persone che lavorano nell'indotto diretto dei negozi. Ma l'espansione del colosso ha un impatto soprattutto sul mercato del mobile, uno dei più tipici del “made in Italy”: da una parte, favorisce le ditte italiane che producono circa il 30 per cento delle merci Ikea vendute nel Paese; dall'altra, le ditte più piccole devono fare i conti con una sottrazione di fatturato a volte insostenibile.


ARTICOLO ESTESO: 

Qual'è l'impatto Ikea sull'economia delle regioni italiane e su quella del Paese? Nei prossimi anni Ikea progetta di aumentare notevolmente la propria presenza in Italia, aprendo tra i 10 e i 15 nuovi punti vendita in tutta la penisola, che si andranno ad aggiugere ai 19 centri già operativi da Milano a Bari, passando per Padova, Firenze, Roma e Napoli. Dopo l'apertura di Catania e l'ampliamento di Milano-Carugate del 2011, nel 2012 la multinazionale aprirà a San Giovanni Teatino (Pescara) e a breve termine a Casale sul Sile (Treviso) e San Martino in Campo (Perugia) e poi a Verona e un secondo store nel torinese.



L'apertura di ogni punto vendita Ikea è accolta con estremo favore dalle amministrazioni locali, che la considerano grande motivo di sviluppo economico. A Torino, provincia e regione sono in prima linea per trovare aree industirali idonee, dirottando su questo fronte ingenti risorse comunitarie. A Perugia l'arrivo di Ikea è, per l'amministrazione comunale, “un'occasione imperdibile di rilancio dell'economia”, tanto che per favorire l'insediamento è stato tolto il vincolo ambientale da una zona protetta e si è siglato un accordo con i comuni limitrofi per creare condizioni favorevoli all'arrivo di altre multinazionali.

 300 ADDETTI PER NEGOZIO Ma qual'è il vero impatto sul territorio di uno store Ikea? Ad ogni nuova apertura la domanda viene sollevata dai rappresentanti di commercianti e produttori locali di mobili, preoccupati per la concorrenza del colosso svedese, come l'Ascom-Confcommercio di Treviso, secondo cui “ogni assunto Ikea causa la perdita di 2,5 posti di lavoro”. Secondo i dati forniti dall'azienda, ogni negozio Ikea impiega mediamente tra i 200 e i 300 occupati, più un “indotto diretto” di circa 80-100 persone che lavorano per le attività collegate, come gli addetti alle pulizie, i giardinieri, i carrellisti e i dipendenti delle ditte di trasporto convenzionate.

I FORNITORI ITALIANI A questa cifra Ikea ne aggiunge una seconda, “altre 2.500 unità sulla parte produttiva” in tutto il Paese, con riferimento alle ditte italiane che lavorano come fornitori. Come il marketing Ikea sottolinea spesso, ditte italiane forniscono circa il 30 per cento (in termini di fatturato) dei prodotti in vendita nei 19 store italiani, l'8 per cento circa di quelli ventuti nel mondo intero. Secondo quanto riportato nell'ultimo bilancio della società, su 165 milioni di debiti verso i fornitori del 2010, 62 milioni sono destinati all'Italia, 14 milioni ad altri paesi Cee e i restanti 89 milioni a fornitori extraCee (in testa i paesi asiatici).



FORNITORI ITALIANI NEL NORDEST L'impatto Ikea sull'economia di una regione dipende dalla presenza nel tessuto locale di aziende che lavorano per Ikea come fornitori. “La scelta delle aziende fornitrici in Italia è affidata ad una società apposita, Ikea Trading, che ha sede di fronte allo store di Milano Corsico”, spiega una dipendente di produzione Ikea. “La scelta dei produttori non c'entra ovviamente con l'apertura di nuovi negozi. Sono proprio società diverse che se ne occupano. (…) La scelta viene fatta tra le aziende che dimostrano maggiore convenienza, nel rispetto dell''Ikea Way'”, spiega ancora la dipendente, secondo cui i produttori sono concentrati tra nord e nordest dello stivale: “Considerato che qualsiasi prodotto Ikea prima di raggiungere un negozio passa per il deposito centrale a Piacenza, non è logisticamente utile avere fornitori in Sicilia”.
A livello territoriale, l'indotto di produzione quindi ricade in Triveneto, dove si producono cucine, o in Piemonte, dove pochi giorni fa una multinazionale brianzola che produce in Cina, Brasile e Slovacchia ha usufruito di incentivi regionali per aprire uno stabilimento da 200 addetti per produrre cassetti Ikea a Biella. Ma al contrario non ricade probabilmente in Sicilia, dove il nuovo store di Catania è schizzato subito al secondo posto nazionale per vendite, né in Umbria, dove la multinazionale ha dovuto promettere la realizzazione di un “corner” per i prodotti artigianali locali come le ceramiche di Deruta.



LA CONCORRENZA ALLE IMPRESE Sia a livello regionale che nazionale, l'impatto dell'espansione Ikea comporta un “costo concorrenza” per le impese locali. Nel caso dell'Umbria, ad esempio, la regione secondo Federmobili conta circa “300 imprese del mobile e dell'arredamento” con un fatturato complessivo di 288 milioni di euro e circa 2065 addetti. Stando al bilancio della società, un punto vendita Ikea fattura in media 86,3 milioni di euro.
 La cifra, probabilmente inferiore a Perugia considerata la minore densità abitativa, andrebbe in buona parte ad erodere questo mercato, considerato il trend negativo dell'acquisto di mobili delle famiglie in Italia (-8,4 per cento), con le normali conseguenze occupazionali e di sviluppo economico. Con una semplice proporzione, una sottrazione di “soli” 50 milioni al mercato umbro potrebbe corrispondere alla chiusura di 52 ditte locali e alla perdita di 358 posti circa.

Friday, August 3, 2012

WTB, AGRICOLTURA E SEMENTI nell'industria alimentare

Ricerca, scienza, multinazionali e industria alimentare, politica. Sono tutti gli attori insospettati del sistema che governa i campi e la produzione agricola alimentare di tutto il mondo.

Agrofarmaci e aziende farmaceutiche, sementi sotto copyright, quote agricole, sono gli ingredienti di un mondo la cui comprensione sfugge al consumatore al banco delle verdure di un ipermercato.



Un articolo di Maurizio Blondet racconta -con approccio critico- un piccolo episodio, sottratto all'attenzione del mainstream, di questa lotta quotidiana tra i banchi della politica, per stabilire regole che influiscono sul presente e sul futuro degli alimenti.

"Con sentenza del 12 luglio, la Corte di Giustizia della UE ha confermato il divieto di commercializzare le sementi delle varietà tradizionali e diversificate che non sono iscritte nel catalogo ufficiale europeo.

Fin dal 1998 è in vigore una direttiva della Comunità europea che riserva la commercializzazione e lo scambio di sementi alle ditte sementiere (le note multinazionali) vietandolo agli agricoltori. Ciò che i contadini hanno fatto per millenni è diventato così, di colpo, un delitto (il matrimonio fra omosessuali è invece legale). Con questa sentenza sono messe fuorilegge anche le associazioni di volontari impegnati nel recupero delle varietà antiche e tradizionali – ne esistono di benemerite anche in Italia – che commettono appunto questo crimine: preservano e distribuiscono a chi le chiede sementi fuori del catalogo ufficiale.

La sentenza ha preso di mira specificamente una di queste associazioni, la francese (ma nota in tutto il mondo) Kokopelli, che si batte per la biodiversità. Già nel 2008 questa associazione era stata condannata, per scambio di sementi antiche, a una multa di 35 mila euro: esosa punizione per un gruppo di volontariato, volta a renderne impossibile di continuare l’attività. Invece l’attività è continuata, grazie allo sforzo e ai contributi dei volontari. Sicchè oggi, un’altra grossa società che l’ha trascinata in giudizio davanti alla Corte d’appello di Nancy, la «Graines Baumaux», approfittando della sentenza della Corte europea ha chiesto ai giudici francesi di imporre a Kokopelli di pagare 100 mila euro per danni e inoltre – esplicitamente – «la cessazione di tutte le attività dell’associazione», pericolosa per il business , alla faccia della libertà d’opinione e d’azione."
(leggi su Effedieffe.com- articolo intero a pagamento)

Una questione ben nota a chi conosce le vicissitudini della Monsanto e della lotta per il copyright sui semi e sugli ogm, raccontata in questo documentario:


Friday, July 27, 2012

Grecia, non solo crisi

Impossibile parlare della Grecia oggi senza incocciare nelle parole CRISI, DEBITO, DEFAULT, PIL ... Un sistema considerato fallito perché non ha saputo reggere i ritmi del cosiddetto sviluppo economico, industriale e finanziario.





Debitocracy: due registi (Katerina Kitidi e Marte Hadjistefanou) indagono tra la gente comune, i contestatori e alcuni economisti dei punti di vista diversi sulla questione debito. Un documentario che ha alcuni aspetti interessanti, distribuito gratuitamente da aprile 2011, senza diritti di utilizzo e trasmesso e sottotitolato in diverse lingue.