Oggi Repubblica Sera pubblica un bel servizio sui giganti del mare, i colossi che fanno da ponte tra "l'oriente produttivo a l'occidente consumista" in un mondo sempre più globalizzato.
Ecco qualche cifra della BBC sule navi cargo record, i nuovi giganti del mare:
Le navi: costruite con l'acciaio sufficiente a fare 8 torre Eiffel, una sola potrebbe portare fino a 18mila container in un solo viaggio, o -per quantificare- 36mila automobili o 863miloni di barattoli di fagioli (leggi altro su RSera)
Il viaggio: dai 25 ai 30 giorni per una spedizione via nave con partenza dai porti di Guangzhou, Shenzen od Honh Kong (fonte: http://www.importaredallacina.com/spedizione)
Quante? Difficile quantificare il numero di "giganti" che raggiungono Italia e Europa ogni anno. In generale sono circa 20mila le navi che transitano ogni anno per il Canale di Suez, in Egitto, che collega Oriente ai porti Europei. La maggior parte di queste vanno in direzione dei porti nord europei, Rotterdam, Anversa e
Amburgo in particolare. (leggi altri dati su I porti fanno la rivoluzione per accaparrarsi le merci cinesi di Nicola Salvagin su Verona Fedele)
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Thursday, February 21, 2013
I giganti del mare
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Thursday, January 10, 2013
WTB Pomodoro made in Cina / Italy, impennata delle importazioni nel 2012
Il pomodoro, prodotto base dell'alimentare made in Italy, proviene in percentuale sempre maggiori dall'importanzione, prevalentemente dalla Cina. Un trend consolidato negli ultimi anni, che potrebbe impennare dopo la dura siccità dell'estate 2012 che ha colpito duramente il raccolto italiano di questa pianta particolarmente idrovora.
"Il 2012 e’ stato in Italia il quinto anno piu’ caldo dal 1800 in cui sono iniziate le rilevazioni con, rispetto alla media, una temperatura superiore di 1,02 gradi e precipitazioni inferiori del 6 pwer cento", afferma Coldiretti. "Quest’anno il risultato del cambiamento climatico è stato il crollo del raccolto made in Italy che e in grado di garantire scorte alimentari nazionali per soli 9 mesi, a causa della siccità estiva ma anche del gelo invernale e dei nubifragi autunnali. Tra i prodotti base della dieta mediterranea –continua Coldiretti – se la vendemmia si è attestata sui valori minimi da quasi 40 anni con un calo del 6 per cento del vino per un totale di appena 40 milioni di ettolitri, la produzione di pomodoro da conserva e scesa del 12 per cento attorno le 4,4 milioni di tonnellate mentre scende a 4,8 milioni di quintali la produzione italiana di olio di oliva, in calo del 12 per cento rispetto ai cinque milioni e mezzo della scorsa annata".
Il crollo della raccolta di pomodoro nostrano andrà probabilmente a incentivare ulteriorimente i prodotti di importazione.
“Nel 2011 c’è stato un aumento del 17% nelle importazioni di pomodori e derivati del pomodoro dalla Cina, per un totale di 113 milioni di chili. In pratica il 15% dei derivati del pomodoro venduti in Italia sono di origine cinese. E vengono venduti come “Made in Italy” perché il processo di trasformazione del pomodoro avviene in Italia e non c’è alcun obbligo di indicare in etichetta la provenienza della materia prima. Un vero e proprio scandalo cui la politica italiana continua a non porre rimedio.” (UniversoFood.net, riportato dall'agriblog http://tirebouchon.tumblr.com/)
Se a impressionare l’Italia erano ‘bastati’ gli 82 milioni di chili di concentrato di pomodoro importato dalla Cina nel 2009 - pari al 10% della produzione nazionale - le cifre relative al primo trimestre del 2010 (+174 rispetto al periodo precedente) evidenziate dal rapporto di Coldiretti, cooperative agricole dell’Unci e industrie conserviere dell’Aiipa, mettono in allarme produttori e consumatori che, secondo le stime, ogni anno acquistano 550 milioni di chili di pomodori in scatola o in bottiglia.
“Ogni giorno nei porti italiani vengono scaricati oltre mille fusti (da 200 Kg l’uno) di concentrato di pomodoro proveniente dalla Cina che finisce sulle tavole mondiali come condimento tipico del Made in Italy” si legge nel dossier.(Leggi tutto su AgiChina24)
"Il 2012 e’ stato in Italia il quinto anno piu’ caldo dal 1800 in cui sono iniziate le rilevazioni con, rispetto alla media, una temperatura superiore di 1,02 gradi e precipitazioni inferiori del 6 pwer cento", afferma Coldiretti. "Quest’anno il risultato del cambiamento climatico è stato il crollo del raccolto made in Italy che e in grado di garantire scorte alimentari nazionali per soli 9 mesi, a causa della siccità estiva ma anche del gelo invernale e dei nubifragi autunnali. Tra i prodotti base della dieta mediterranea –continua Coldiretti – se la vendemmia si è attestata sui valori minimi da quasi 40 anni con un calo del 6 per cento del vino per un totale di appena 40 milioni di ettolitri, la produzione di pomodoro da conserva e scesa del 12 per cento attorno le 4,4 milioni di tonnellate mentre scende a 4,8 milioni di quintali la produzione italiana di olio di oliva, in calo del 12 per cento rispetto ai cinque milioni e mezzo della scorsa annata".
Il crollo della raccolta di pomodoro nostrano andrà probabilmente a incentivare ulteriorimente i prodotti di importazione.
“Nel 2011 c’è stato un aumento del 17% nelle importazioni di pomodori e derivati del pomodoro dalla Cina, per un totale di 113 milioni di chili. In pratica il 15% dei derivati del pomodoro venduti in Italia sono di origine cinese. E vengono venduti come “Made in Italy” perché il processo di trasformazione del pomodoro avviene in Italia e non c’è alcun obbligo di indicare in etichetta la provenienza della materia prima. Un vero e proprio scandalo cui la politica italiana continua a non porre rimedio.” (UniversoFood.net, riportato dall'agriblog http://tirebouchon.tumblr.com/)
Se a impressionare l’Italia erano ‘bastati’ gli 82 milioni di chili di concentrato di pomodoro importato dalla Cina nel 2009 - pari al 10% della produzione nazionale - le cifre relative al primo trimestre del 2010 (+174 rispetto al periodo precedente) evidenziate dal rapporto di Coldiretti, cooperative agricole dell’Unci e industrie conserviere dell’Aiipa, mettono in allarme produttori e consumatori che, secondo le stime, ogni anno acquistano 550 milioni di chili di pomodori in scatola o in bottiglia.
“Ogni giorno nei porti italiani vengono scaricati oltre mille fusti (da 200 Kg l’uno) di concentrato di pomodoro proveniente dalla Cina che finisce sulle tavole mondiali come condimento tipico del Made in Italy” si legge nel dossier.(Leggi tutto su AgiChina24)
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Saturday, November 24, 2012
WTB: Petfood, il cibo per animali etico
"Pochi sanno tuttavia che la sperimentazione animale si annida persino nell’industria che produce cibo per animali, il cosiddetto ‘pet food’, pur non essendo affatto obbligatoria per legge (...)
Sui siti delle più note marche di cibo per animali, che praticano massicciamente la sperimentazione, si possono trovare decine di formulazioni diverse di crocchette per ogni disturbo dal diabete all’artrosi, dalle dermatiti alle patologie dentali, persino alcune che curerebbero l’invecchiamento celebrale o problemi cardiaci del nostro amico a 4 zampe (...)
Il mercato del pet food è una branchia del settore dell’industria della carne per consumo umano, affermatosi grazie alla possibilità di riutilizzare con profitto e quindi di capitalizzare una notevole mole di scarti, i quali, per evidenti ragioni igieniche, sarebbero altrimenti destinati al macero. Un 50% del volume della carcassa dell’animale ucciso è considerato sottoprodotto e diventerà quindi pet food (...)"
(Estratto da "Cosa si nasconde dietro il cibo per cani e gatti?", su Terra Nauta. Leggi tutto)
Ed ecco una lista di marche classificate a seconda di quanta sperimentazione animale fanno: http://www.consumoconsapevole.org/pet_food_e_vivisezione.html
e un'altra che elenca quelle che vendono cibo per animali rispettando regole etiche di produzione: http://www.terranauta.it/foto/lista_marche_pet_food1255462145.jpg
Sui siti delle più note marche di cibo per animali, che praticano massicciamente la sperimentazione, si possono trovare decine di formulazioni diverse di crocchette per ogni disturbo dal diabete all’artrosi, dalle dermatiti alle patologie dentali, persino alcune che curerebbero l’invecchiamento celebrale o problemi cardiaci del nostro amico a 4 zampe (...)
Il mercato del pet food è una branchia del settore dell’industria della carne per consumo umano, affermatosi grazie alla possibilità di riutilizzare con profitto e quindi di capitalizzare una notevole mole di scarti, i quali, per evidenti ragioni igieniche, sarebbero altrimenti destinati al macero. Un 50% del volume della carcassa dell’animale ucciso è considerato sottoprodotto e diventerà quindi pet food (...)"
(Estratto da "Cosa si nasconde dietro il cibo per cani e gatti?", su Terra Nauta. Leggi tutto)
Ed ecco una lista di marche classificate a seconda di quanta sperimentazione animale fanno: http://www.consumoconsapevole.org/pet_food_e_vivisezione.html
e un'altra che elenca quelle che vendono cibo per animali rispettando regole etiche di produzione: http://www.terranauta.it/foto/lista_marche_pet_food1255462145.jpg
Tuesday, October 9, 2012
L'america al voto e il potere delle lobby
Il 6 novembre si celebrano le elezioni presidenziali negli Stati Uniti, in cui il democratico Barack Obama vedrà conteso il secondo mandato dal rampante repubblicano Mitt Romney. Per chi si appresta a seguire con passione questa corsa alla White House, ecco un grande film, illuminante per capire come funzionano alcune logiche, lobby e dinamiche nel mondo a stelle e strisce (e non solo...).
The Yes Man Fix the World - Gli Yes Men riparano il mondo
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Wednesday, August 8, 2012
WTB: NO LOGO di Naomi Klein, il marketing del sistema economico globale
La quarta di copertina lo definisce la "bibbia di tutti i movimenti no global". Più che bibbia, forse il libro No Logo della giornalista canadese Noemi Klein può essere descritto come un'opera che, con passo carico di dtereminazione e uno "zaino" di idee politiche, tenta di addentrarsi nell'intricato mondo dei loghi, della comunicazione aziendale, della promozione e della pubblicità, proprio negli ultimi mesi di quegli anni novanta che segnavano il passaggio dalla fase industriale del '900 a quella della comunicazione globale.
Come mai dei prodotti vengono fabbricati in distretti industriali militarizzati nel sud est asiatico e poi importati con loghi di marche occidentali? Chi ha fissato le regole del mercato libero e globalizzato, che portano una oliva che ha fatto centinaia di chilometri a costare meno di quella cresciuta sull'albero dietro casa, che viene invece buttata? Cosa c'è dietro questo mercato globale governato dal marketing?
Ecco un'estratto all'introduzione dell'ultima edizione del fortunato volume della Klein, che in mezzo a trante interpretazioni ha il merito di riuscire a dare parziale risposta ad alcune di queste domande.
"Ho deciso di scrivere No logo
quando mi sono resa conto che queste tendenze apparentemente distinte
erano unite da un’idea: che le aziende debbano sfornare marchi, non
prodotti. Era l’epoca in cui gli amministratori delegati avevano
improvvise intuizioni: la Nike non è un’azienda che produce scarpe da
ginnastica, ma l’idea della trascendenza attraverso lo sport. Starbucks
non è una catena di caffetterie, è l’idea di comunità. Ma qui sul
pianeta Terra, queste intuizioni hanno avuto conseguenze concrete.
Molte aziende che prima producevano nelle loro fabbriche e avevano tanti dipendenti a tempo indeterminato sono passate al modello Nike: hanno chiuso le fabbriche, affidato la produzione a una rete di appaltatori e subappaltatori e hanno investito nel design e nel marketing necessari a diffondere il più possibile la loro grande idea. Altre aziende hanno scelto invece il modello Microsoft: conservare un nucleo strettamente controllato di azionisti-dipendenti che gestiscono “l’attività centrale” dell’azienda ed esternalizzare tutto il resto, dalla gestione della posta alla scrittura del codice informatico, affidandolo a lavoratori precari. Alcuni le hanno chiamate hollow corporations, imprese vuote, perché queste aziende ristrutturate sembravano avere un unico obiettivo: trascendere il mondo fisico per trasformarsi in un marchio incorporeo. Come ha detto l’esperto di gestione aziendale Tom Peters: “È da stupidi possedere cose!”.
Mi piaceva studiare i marchi come Nike o Starbucks perché in un attimo ti ritrovavi a parlare di tutto tranne che di marketing: la deregolamentazione della produzione globale, l’agricoltura industriale, i prezzi delle materie prime. E da qui arrivavi al legame tra politica e denaro, che si era cementato in regole da far west grazie a una serie di accordi di libero scambio e al sostegno della Wto, al punto che attenersi a quelle regole è diventato il requisito indispensabile per ricevere i prestiti dal Fondo monetario internazionale. In poche parole, finivi per parlare di come funziona il mondo."
(Naomi Klein all'introduzione dell'edizione 2011 di No Logo, ed. Rizzoli)
Come mai dei prodotti vengono fabbricati in distretti industriali militarizzati nel sud est asiatico e poi importati con loghi di marche occidentali? Chi ha fissato le regole del mercato libero e globalizzato, che portano una oliva che ha fatto centinaia di chilometri a costare meno di quella cresciuta sull'albero dietro casa, che viene invece buttata? Cosa c'è dietro questo mercato globale governato dal marketing?
Ecco un'estratto all'introduzione dell'ultima edizione del fortunato volume della Klein, che in mezzo a trante interpretazioni ha il merito di riuscire a dare parziale risposta ad alcune di queste domande.
dal sito "Oltre il muro"
"Ho deciso di scrivere No logo
Molte aziende che prima producevano nelle loro fabbriche e avevano tanti dipendenti a tempo indeterminato sono passate al modello Nike: hanno chiuso le fabbriche, affidato la produzione a una rete di appaltatori e subappaltatori e hanno investito nel design e nel marketing necessari a diffondere il più possibile la loro grande idea. Altre aziende hanno scelto invece il modello Microsoft: conservare un nucleo strettamente controllato di azionisti-dipendenti che gestiscono “l’attività centrale” dell’azienda ed esternalizzare tutto il resto, dalla gestione della posta alla scrittura del codice informatico, affidandolo a lavoratori precari. Alcuni le hanno chiamate hollow corporations, imprese vuote, perché queste aziende ristrutturate sembravano avere un unico obiettivo: trascendere il mondo fisico per trasformarsi in un marchio incorporeo. Come ha detto l’esperto di gestione aziendale Tom Peters: “È da stupidi possedere cose!”.
Mi piaceva studiare i marchi come Nike o Starbucks perché in un attimo ti ritrovavi a parlare di tutto tranne che di marketing: la deregolamentazione della produzione globale, l’agricoltura industriale, i prezzi delle materie prime. E da qui arrivavi al legame tra politica e denaro, che si era cementato in regole da far west grazie a una serie di accordi di libero scambio e al sostegno della Wto, al punto che attenersi a quelle regole è diventato il requisito indispensabile per ricevere i prestiti dal Fondo monetario internazionale. In poche parole, finivi per parlare di come funziona il mondo."
(Naomi Klein all'introduzione dell'edizione 2011 di No Logo, ed. Rizzoli)
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Monday, August 6, 2012
WTB: Ikea, l'Italia dello sviluppo componibile
L'impatto tra pro e contro dell'avanzata Ikea nello stivale
di Francesco de Augustinis
SINTESI
Nel 2011 Ikea ha iniziato una campagna di espansione in Italia, che porterà la multinazionale nei prossimi anni ad aprire tra i 10 e i 15 nuovi ipermercati in tutto il Paese, a partire da Catania (2011), Pescara (2012), Treviso e Perugia.
Ogni apertura di uno store Ikea comporta l'entusiasmo delle amministrazioni locali, che la considerano un'imperdibile occasione di sviluppo locale, e puntuali critiche di commercianti e produttori, che temono la concorrenza del colosso svedese.
SVILUPPO COMPONIBILE L'Ikea impiega in Italia 6243 dipendenti, a cui vano aggiunte circa 1800 persone che lavorano nell'indotto diretto dei negozi. Ma l'espansione del colosso ha un impatto soprattutto sul mercato del mobile, uno dei più tipici del “made in Italy”: da una parte, favorisce le ditte italiane che producono circa il 30 per cento delle merci Ikea vendute nel Paese; dall'altra, le ditte più piccole devono fare i conti con una sottrazione di fatturato a volte insostenibile.
ARTICOLO ESTESO:
Qual'è l'impatto Ikea sull'economia delle regioni italiane e su quella del Paese? Nei prossimi anni Ikea progetta di aumentare notevolmente la propria presenza in Italia, aprendo tra i 10 e i 15 nuovi punti vendita in tutta la penisola, che si andranno ad aggiugere ai 19 centri già operativi da Milano a Bari, passando per Padova, Firenze, Roma e Napoli. Dopo l'apertura di Catania e l'ampliamento di Milano-Carugate del 2011, nel 2012 la multinazionale aprirà a San Giovanni Teatino (Pescara) e a breve termine a Casale sul Sile (Treviso) e San Martino in Campo (Perugia) e poi a Verona e un secondo store nel torinese.
L'apertura di ogni punto vendita Ikea è accolta con estremo favore dalle amministrazioni locali, che la considerano grande motivo di sviluppo economico. A Torino, provincia e regione sono in prima linea per trovare aree industirali idonee, dirottando su questo fronte ingenti risorse comunitarie. A Perugia l'arrivo di Ikea è, per l'amministrazione comunale, “un'occasione imperdibile di rilancio dell'economia”, tanto che per favorire l'insediamento è stato tolto il vincolo ambientale da una zona protetta e si è siglato un accordo con i comuni limitrofi per creare condizioni favorevoli all'arrivo di altre multinazionali.
300 ADDETTI PER NEGOZIO Ma qual'è il vero impatto sul territorio di uno store Ikea? Ad ogni nuova apertura la domanda viene sollevata dai rappresentanti di commercianti e produttori locali di mobili, preoccupati per la concorrenza del colosso svedese, come l'Ascom-Confcommercio di Treviso, secondo cui “ogni assunto Ikea causa la perdita di 2,5 posti di lavoro”. Secondo i dati forniti dall'azienda, ogni negozio Ikea impiega mediamente tra i 200 e i 300 occupati, più un “indotto diretto” di circa 80-100 persone che lavorano per le attività collegate, come gli addetti alle pulizie, i giardinieri, i carrellisti e i dipendenti delle ditte di trasporto convenzionate.
I FORNITORI ITALIANI A questa cifra Ikea ne aggiunge una seconda, “altre 2.500 unità sulla parte produttiva” in tutto il Paese, con riferimento alle ditte italiane che lavorano come fornitori. Come il marketing Ikea sottolinea spesso, ditte italiane forniscono circa il 30 per cento (in termini di fatturato) dei prodotti in vendita nei 19 store italiani, l'8 per cento circa di quelli ventuti nel mondo intero. Secondo quanto riportato nell'ultimo bilancio della società, su 165 milioni di debiti verso i fornitori del 2010, 62 milioni sono destinati all'Italia, 14 milioni ad altri paesi Cee e i restanti 89 milioni a fornitori extraCee (in testa i paesi asiatici).
FORNITORI ITALIANI NEL NORDEST L'impatto Ikea sull'economia di una regione dipende dalla presenza nel tessuto locale di aziende che lavorano per Ikea come fornitori. “La scelta delle aziende fornitrici in Italia è affidata ad una società apposita, Ikea Trading, che ha sede di fronte allo store di Milano Corsico”, spiega una dipendente di produzione Ikea. “La scelta dei produttori non c'entra ovviamente con l'apertura di nuovi negozi. Sono proprio società diverse che se ne occupano. (…) La scelta viene fatta tra le aziende che dimostrano maggiore convenienza, nel rispetto dell''Ikea Way'”, spiega ancora la dipendente, secondo cui i produttori sono concentrati tra nord e nordest dello stivale: “Considerato che qualsiasi prodotto Ikea prima di raggiungere un negozio passa per il deposito centrale a Piacenza, non è logisticamente utile avere fornitori in Sicilia”.
A livello territoriale, l'indotto di produzione quindi ricade in Triveneto, dove si producono cucine, o in Piemonte, dove pochi giorni fa una multinazionale brianzola che produce in Cina, Brasile e Slovacchia ha usufruito di incentivi regionali per aprire uno stabilimento da 200 addetti per produrre cassetti Ikea a Biella. Ma al contrario non ricade probabilmente in Sicilia, dove il nuovo store di Catania è schizzato subito al secondo posto nazionale per vendite, né in Umbria, dove la multinazionale ha dovuto promettere la realizzazione di un “corner” per i prodotti artigianali locali come le ceramiche di Deruta.
LA CONCORRENZA ALLE IMPRESE Sia a livello regionale che nazionale, l'impatto dell'espansione Ikea comporta un “costo concorrenza” per le impese locali. Nel caso dell'Umbria, ad esempio, la regione secondo Federmobili conta circa “300 imprese del mobile e dell'arredamento” con un fatturato complessivo di 288 milioni di euro e circa 2065 addetti. Stando al bilancio della società, un punto vendita Ikea fattura in media 86,3 milioni di euro.
La cifra, probabilmente inferiore a Perugia considerata la minore densità abitativa, andrebbe in buona parte ad erodere questo mercato, considerato il trend negativo dell'acquisto di mobili delle famiglie in Italia (-8,4 per cento), con le normali conseguenze occupazionali e di sviluppo economico. Con una semplice proporzione, una sottrazione di “soli” 50 milioni al mercato umbro potrebbe corrispondere alla chiusura di 52 ditte locali e alla perdita di 358 posti circa.
di Francesco de Augustinis
SINTESI
Nel 2011 Ikea ha iniziato una campagna di espansione in Italia, che porterà la multinazionale nei prossimi anni ad aprire tra i 10 e i 15 nuovi ipermercati in tutto il Paese, a partire da Catania (2011), Pescara (2012), Treviso e Perugia.
Ogni apertura di uno store Ikea comporta l'entusiasmo delle amministrazioni locali, che la considerano un'imperdibile occasione di sviluppo locale, e puntuali critiche di commercianti e produttori, che temono la concorrenza del colosso svedese.
SVILUPPO COMPONIBILE L'Ikea impiega in Italia 6243 dipendenti, a cui vano aggiunte circa 1800 persone che lavorano nell'indotto diretto dei negozi. Ma l'espansione del colosso ha un impatto soprattutto sul mercato del mobile, uno dei più tipici del “made in Italy”: da una parte, favorisce le ditte italiane che producono circa il 30 per cento delle merci Ikea vendute nel Paese; dall'altra, le ditte più piccole devono fare i conti con una sottrazione di fatturato a volte insostenibile.
ARTICOLO ESTESO:
Qual'è l'impatto Ikea sull'economia delle regioni italiane e su quella del Paese? Nei prossimi anni Ikea progetta di aumentare notevolmente la propria presenza in Italia, aprendo tra i 10 e i 15 nuovi punti vendita in tutta la penisola, che si andranno ad aggiugere ai 19 centri già operativi da Milano a Bari, passando per Padova, Firenze, Roma e Napoli. Dopo l'apertura di Catania e l'ampliamento di Milano-Carugate del 2011, nel 2012 la multinazionale aprirà a San Giovanni Teatino (Pescara) e a breve termine a Casale sul Sile (Treviso) e San Martino in Campo (Perugia) e poi a Verona e un secondo store nel torinese.
L'apertura di ogni punto vendita Ikea è accolta con estremo favore dalle amministrazioni locali, che la considerano grande motivo di sviluppo economico. A Torino, provincia e regione sono in prima linea per trovare aree industirali idonee, dirottando su questo fronte ingenti risorse comunitarie. A Perugia l'arrivo di Ikea è, per l'amministrazione comunale, “un'occasione imperdibile di rilancio dell'economia”, tanto che per favorire l'insediamento è stato tolto il vincolo ambientale da una zona protetta e si è siglato un accordo con i comuni limitrofi per creare condizioni favorevoli all'arrivo di altre multinazionali.
300 ADDETTI PER NEGOZIO Ma qual'è il vero impatto sul territorio di uno store Ikea? Ad ogni nuova apertura la domanda viene sollevata dai rappresentanti di commercianti e produttori locali di mobili, preoccupati per la concorrenza del colosso svedese, come l'Ascom-Confcommercio di Treviso, secondo cui “ogni assunto Ikea causa la perdita di 2,5 posti di lavoro”. Secondo i dati forniti dall'azienda, ogni negozio Ikea impiega mediamente tra i 200 e i 300 occupati, più un “indotto diretto” di circa 80-100 persone che lavorano per le attività collegate, come gli addetti alle pulizie, i giardinieri, i carrellisti e i dipendenti delle ditte di trasporto convenzionate.
I FORNITORI ITALIANI A questa cifra Ikea ne aggiunge una seconda, “altre 2.500 unità sulla parte produttiva” in tutto il Paese, con riferimento alle ditte italiane che lavorano come fornitori. Come il marketing Ikea sottolinea spesso, ditte italiane forniscono circa il 30 per cento (in termini di fatturato) dei prodotti in vendita nei 19 store italiani, l'8 per cento circa di quelli ventuti nel mondo intero. Secondo quanto riportato nell'ultimo bilancio della società, su 165 milioni di debiti verso i fornitori del 2010, 62 milioni sono destinati all'Italia, 14 milioni ad altri paesi Cee e i restanti 89 milioni a fornitori extraCee (in testa i paesi asiatici).
FORNITORI ITALIANI NEL NORDEST L'impatto Ikea sull'economia di una regione dipende dalla presenza nel tessuto locale di aziende che lavorano per Ikea come fornitori. “La scelta delle aziende fornitrici in Italia è affidata ad una società apposita, Ikea Trading, che ha sede di fronte allo store di Milano Corsico”, spiega una dipendente di produzione Ikea. “La scelta dei produttori non c'entra ovviamente con l'apertura di nuovi negozi. Sono proprio società diverse che se ne occupano. (…) La scelta viene fatta tra le aziende che dimostrano maggiore convenienza, nel rispetto dell''Ikea Way'”, spiega ancora la dipendente, secondo cui i produttori sono concentrati tra nord e nordest dello stivale: “Considerato che qualsiasi prodotto Ikea prima di raggiungere un negozio passa per il deposito centrale a Piacenza, non è logisticamente utile avere fornitori in Sicilia”.
A livello territoriale, l'indotto di produzione quindi ricade in Triveneto, dove si producono cucine, o in Piemonte, dove pochi giorni fa una multinazionale brianzola che produce in Cina, Brasile e Slovacchia ha usufruito di incentivi regionali per aprire uno stabilimento da 200 addetti per produrre cassetti Ikea a Biella. Ma al contrario non ricade probabilmente in Sicilia, dove il nuovo store di Catania è schizzato subito al secondo posto nazionale per vendite, né in Umbria, dove la multinazionale ha dovuto promettere la realizzazione di un “corner” per i prodotti artigianali locali come le ceramiche di Deruta.
LA CONCORRENZA ALLE IMPRESE Sia a livello regionale che nazionale, l'impatto dell'espansione Ikea comporta un “costo concorrenza” per le impese locali. Nel caso dell'Umbria, ad esempio, la regione secondo Federmobili conta circa “300 imprese del mobile e dell'arredamento” con un fatturato complessivo di 288 milioni di euro e circa 2065 addetti. Stando al bilancio della società, un punto vendita Ikea fattura in media 86,3 milioni di euro.
La cifra, probabilmente inferiore a Perugia considerata la minore densità abitativa, andrebbe in buona parte ad erodere questo mercato, considerato il trend negativo dell'acquisto di mobili delle famiglie in Italia (-8,4 per cento), con le normali conseguenze occupazionali e di sviluppo economico. Con una semplice proporzione, una sottrazione di “soli” 50 milioni al mercato umbro potrebbe corrispondere alla chiusura di 52 ditte locali e alla perdita di 358 posti circa.
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